Una scritta luminosa, un arco di luce, decora e interrompe una via del centro storico di Palermo ma anche un arco
temporale, dove la parola scritta risuona come eco del passato accogliendo ancora oggi stranieri e cittadini che lo
attraversano.
Derivato dal latino e/o dall’area araba, si potrebbe dire che il termine “minchia”, riprodotto nella luminaria, originario
della lingua siciliana e usato per indicare l’organo riproduttivo maschile, col passare del tempo si sia trasformato
in un suono che, allontanandosi dalla figura che rappresenta, diventa modo per enfatizzare ogni genere
di emozione: disprezzo, apprezzamento, esclamazione o esprimere stupore.
Un sostantivo/fonema il cui “rumore”, rimbalzando, ha risalito l’intera nazione: una parola cardine del linguaggio
siciliano che ha sconfinato i limiti dell’isola riducendo la distanza tra Nord e Sud. L’intermittenza da faro nella notte
ne fa quindi punto d’incontro tra ieri ed oggi, tra fuori e dentro.
Quella che può sembrare un’operazione dissacrante ed ingenuamente di rottura è invece un piccolo, modesto inno al
sacro. Scrivere una parolaccia in cielo oppure riappropriarsi del senso più antico del sacro attraverso un’arte, tra le più
recenti, fin dalle origini associata alle celebrazioni religiose:
il “lumen” simbolo di vita e di tensione verso la dimora celeste.
‹‹Per Hegel il simbolo corrispondeva ad un grado primitivo, basso, a un torpido presagire, inferiore alla chiara
conoscenza…Se davvero ci si vuol valere dell’arte per apprendere qualcosa di più sulla funzione della forma simbolica,
è chiaro che si deve partire dal noto, non dall’ignoto…
Perché la vittoria della luce è metafora altrettanto comprensibile, quanto la bilancia della Giustizia…
Nulla, ormai, ci vieta di cercare l’eco del significato in sempre nuove stratificazioni di forme e di suoni.
Ma anche dove il significato primario è perduto per noi, questo dedicarci alle forme ci serve ancora…›› E. H. Gombrich
‹‹Il compito attuale non è quello di adeguare l’arte alla ristrettezza mentale delle masse odierne, ma quello di allargare
per quanto possibile il loro orizzonte.
La via che conduce a una vera comprensione dell’arte passa per la cultura. Non la forzata semplificazione dell’arte,
ma l’educazione del giudizio estetico è il mezzo per evitare ch’essa sia continuamente monopolizzata da un’infima
minoranza.›› A. Hauser
Erika Nevia Cervo